Per secoli ci hanno raccontato che esistevano razze superiori, che il colore della pelle, la forma del cranio, la larghezza del naso, la forma del sedere fossero il marchio di una gerarchia naturale, che alcuni popoli fossero nati per dominare e altri per servire e che tutto questo fosse scritto nel corpo, nella biologia; era una favola comoda che permetteva agli uni di dormire tranquilli sul cuscino delle proprie ricchezze e agli altri di accettare le catene come se fossero un destino.
Poi è arrivata la scienza, quella vera, quella che non chiede permesso ai potenti e ha fatto a pezzi quella favola, ha dimostrato che le razze umane, intese come gruppi biologicamente distinti e gerarchicamente ordinabili non esistono, che la maggior parte della variazione genetica umana è dentro le popolazioni, non tra le popolazioni, che il concetto stesso di razza applicato all'uomo è un costrutto sociale travestito da dato naturale.
Mentre le vecchie teorie della razza superiore, quelle che avevano innalzato i recinti per gli schiavi, venivano sepolte sotto le prove, è nata una nuova ideologia più difficile da smontare perché non parla più di colori, parla di individui; questa narrazione dice che esistono persone geneticamente superiori per quanto riguarda l'intelligenza, questi individui eletti non si troverebbero in una precisa area geografica ma sparsi un po' in tutte le nazioni.
Ecco la nuova bufala, ecco il nuovo razzismo, hanno cambiato il soggetto: prima era il popolo, la nazione, ora è l'individuo; hanno cambiato la prova: prima era il colore della pelle, ora sono i geni ma la struttura è sempre la stessa, secondo loro esiste una gerarchia naturale tra gli esseri umani, c'è chi è nato per dominare e chi è nato per subire.
Se facciamo un passo indietro nella storia possiamo capire quanto è vecchia la truffa del razzismo ormai superato, anche se non del tutto, e quanto è nuova la vernice di quello attuale: quello dell'intelligenza scritta nei geni del singolo individuo.
Quando l'Europa e gli Stati Uniti iniziarono a saccheggiare il mondo e a schiavizzare interi popoli avevano bisogno di una giustificazione morale, non potevano dire che stavano ammazzando milioni di persone perché volevano il loro oro, la loro terra, il loro lavoro, così si inventarono la scienza delle razze; classificarono i popoli, disegnarono gli alberi genealogici dell'umanità in cui l'uomo bianco stava in cima e tutto il resto era una scala verso il basso fino agli animali.
Queste ricerche avevano un difetto di metodo: partivano dalla conclusione e cercavano i dati per giustificarla; non erano scienza, erano ideologia in camice bianco, servivano a far dormire tranquilli i mercanti e i possessori di schiavi, se una popolazione veniva classificata come subumana o addirittura non umana non era moralmente ripugnante incatenarla, inoltre, spacciando per vere certe ricerche, facevano credere agli operai europei costretti ad uno stile di vita disumano che almeno loro erano bianchi e che quindi valevano più di qualcun altro.
Poi nel Novecento arrivò il nazismo che costruì i campi di sterminio; quando la seconda guerra mondiale finì e il mondo vide l'orrore dei forni crematori qualcosa si spezzò, le parole "razza superiore" divennero qualcosa di ripudiante; fu allora che la menzogna iniziò a traslocare, i vecchi razzisti, quelli che parlavano di razze, sono diventati una minoranza marginalizzata utile come spauracchio per far sembrare moderati gli altri, nel frattempo, nei laboratori e nelle università, si preparava la nuova versione del razzismo.
Questa nuova versione dice che le razze non esistono ma l'intelligenza sì, che l'intelligenza è la virtù suprema, che è in gran parte legata ai geni, che esistono individui geneticamente superiori e altri inferiori e che esiste una gerarchia naturale tra le persone; la mossa è micidiale dal punto di vista del dominio perché dicono che non possiamo accusare questa ideologia di razzismo dato che non parla di razze e dice che i geni sono sparsi in tutte le classi sociali ma sempre razzismo è visto che alla fine dei conti affermano che per natura qualcuno nasce per dominare e merita di stare in alto mentre altri nascono per servire e subire e meritano di stare in basso; rispetto al vecchio razzismo cambia solo il criterio di merito: prima era il colore della pelle, ora è il quoziente intellettivo.
Se vogliamo smontare questa credenza non possiamo limitarci a dire che è brutta, dobbiamo dimostrare che è falsa.
Coloro che dicono che l'intelligenza è in gran parte determinata dai geni sostengono di basarsi su ricerche scientifiche ma queste ricerche sono affidabili? Quante volte la scienza ha detto una cosa e poi si è scoperto che era solo un pregiudizio fatto passare per verità grazie a ricerche corrotte? Quante volte hanno detto che le donne erano inferiori, che le persone di colore erano inferiori, che i poveri erano inferiori? E quante volte si è scoperto che erano solo i potenti che parlavano attraverso la bocca dei loro scienziati? Quando gli scienziati partendo dalle conclusioni cercano a tutti i costi i dati per giustificarle molte volte ci riescono ma a quel punto non è più scienza, è propaganda ideologica; è quello che hanno fatto con il razzismo del colore della pelle ed è quello che stanno facendo con il nuovo razzismo.
Dicono che le prove scientifiche sostengono che l'intelligenza è scritta nei geni, quindi intelligenti si nasce ma iniziamo ad analizzare i metodi con cui vengono svolte queste ricerche; esse si basano sui test del quoziente intellettivo e sul punteggio poligenico.
Riguardo i test, dopo aver dato alle persone una lista di domande, in base alle risposte date, si etichettano le persone con un numero che dovrebbe rappresentare la loro intelligenza; iniziamo a dire che questi test non sono nati per misurare l'intelligenza ma per capire quali ragazzi avevano difficoltà a scuola, è come costruire una bilancia per pesare le patate e poi usarla per dire quanto è buono un vino, misurano qualcosa ma non quello che dovrebbero misurare; inoltre bisogna considerare che di intelligenze ne esistono molteplici e questi test ne misurano pochissime, misurano solo la logica, le abilità di calcolo e quelle linguistiche; ci si chiede poi se riescano veramente a misurare queste poche abilità, questa minuscola frazione della cognizione umana infatti molte domande misurano conoscenze acquisite, chiedono cose che si imparano a scuola, se chiedono di segnare il risultato giusto di una disequazione di secondo grado e la domanda viene sottoposta ad una donna con la terza elementare segnerà un risultato a caso ma perché non glielo hanno mai insegnato, i risultati dei test sono fortemente influenzati dall'istruzione e dall'esperienza con prove simili nella vita quotidiana; un altro elemento che rende inaffidabili i test è il tempo, i test sono spesso a tempo quindi premiano chi è veloce, chi è più bravo ma è lento viene penalizzato; oltre a quanto detto questi test sono fortemente influenzati dall'allenamento mentale, immaginiamo la stessa persona, se passa la vita a guardare documentari, a leggere giornali, a risolvere enigmi e a svolgere lavori manuali il suo punteggio ai test del quoziente intellettivo sarà molto più alto di quello che otterrebbe stando mesi sdraiata sul divano con la televisione spenta, stesso DNA, stesso individuo, punteggio diverso; non a caso molti test online, a chi ottiene un punteggio basso, suggeriscono di tenere più allenata la mente; qualcuno potrebbe obiettare che l'allenamento migliora la prestazione al test, non l'intelligenza, ma se lo scopo dichiarato è misurare l'intelligenza del singolo e il punteggio cambia con l'allenamento allora i test non misurano ciò che pretendono di misurare.
Molte ricerche che pretendono di stabilire il peso dei geni sull'intelligenza si basano sui test del quoziente intellettivo ma analizzando questi test, come ho fatto sopra, possiamo affermare che non sono affidabili quindi le ricerche che dicono che l'intelligenza è in gran parte scritta nei geni non sono affidabili perché si basano su un metodo non affidabile; detto con poche parole: se lo strumento di misura è viziato i risultati che si basano su quello strumento sono viziati.
Ma supponiamo che io mi sbagli, supponiamo che i test del quoziente intellettivo siano davvero validi, che misurino davvero l'intelligenza, che siano lo strumento perfetto che i suprematisti intellettuali vorrebbero; anche in questo caso le loro tesi sarebbero smentite, anzi, sarebbero smentite proprio dai dati prodotti da quei test; ciò che continuerò a scrivere si baserà su questo presupposto: che io mi sbaglio e che i test sono validi.
Anche ammettendo che i test siano uno strumento valido gli studi sui gemelli identici cresciuti separatamente, quindi persone con lo stesso DNA, mostrano che l'ambiente conta in modo decisivo; quando i gemelli hanno seguito percorsi scolastici simili la differenza media del quoziente intellettivo era di sei punti mentre quando i percorsi erano molto diversi il divario arrivava a quindici punti, paragonabile a quello tra estranei.
Da diversi anni gli scienziati pretendono di misurare l'intelligenza attraverso il cosiddetto punteggio poligenico; hanno individuato migliaia di geni più comuni in persone che ottengono punteggi alti ai test del quoziente intellettivo e migliaia di geni più comuni in persone che ottengono punteggi bassi; a ciascun gene hanno attribuito un peso rappresentato da un numero positivo o negativo, poi hanno analizzato il DNA di migliaia di persone, sommato i pesi e attribuito a ognuna un numero che dovrebbe rappresentare la sua intelligenza.
Ma ci sono almeno quattro problemi: innanzitutto i geni con il peso maggiore spostano la somma di una frazione di punto perché i geni coinvolti sono migliaia e nessuno da solo fa la differenza poi bisogna tenere presente che questi studi non tengono conto di tutti i geni legati all'intelligenza ma solo di quelli più comuni inoltre l'effetto di un gene può dipendere dalla presenza di un altro e il punteggio li somma come se fossero indipendenti, cosa che non sono; oltre a quanto detto occorre sapere che lo stesso gene può avere effetti diversi in ambienti diversi e il punteggio non ne tiene conto ma ciò che smonta davvero la validità di questi studi è un fatto semplice: due persone con lo stesso punteggio poligenico possono avere quozienti intellettivi molto diversi ai test mentre due persone con punteggi poligenici diversi possono ottenere lo stesso risultato.
C'è un altro punto che smonta questa favola ed è forse il più semplice di tutti; dicono che l'intelligenza è scritta nei geni ma di quali geni parlano? Se esistesse un solo gene dell'intelligenza si potrebbe dividere gli intelligenti dagli stupidi ma l'intelligenza, come ho accennato parlando del punteggio poligenico, dipende da migliaia di geni per questo è impossibile che qualcuno abbia tutti i geni sfavorevoli o tutti quelli favorevoli; la maggior parte delle persone avrà una combinazione mista e, con numeri così grandi, le differenze individuali saranno piccole inoltre l'ambiente può amplificarle o annullarle, istruzione, nutrizione e stimoli possono spostare il risultato.
C'è un'altra prova che smonta l'idea che l'intelligenza sia principalmente scritta nei geni: nel novecento, in molti paesi del mondo, i punteggi medi dei test del quoziente intellettivo sono aumentati di circa tre punti ogni decennio, generazione dopo generazione i figli ottenevano punteggi più alti dei genitori poi, in alcuni paesi, questo aumento si è fermato e in certi casi i punteggi hanno iniziato a calare; ora chiediamoci: se l'intelligenza fosse fissata dai geni come si spiegherebbe che intere popolazioni siano diventate improvvisamente più brave nei test e poi, in poco tempo, meno brave? I geni non cambiano così in fretta, perché i geni cambino in una popolazione servono molte generazioni, non pochi decenni, quindi la causa di questo aumento e di questa diminuzione non può essere genetica, deve essere ambientale; più istruzione, più nutrizione, più stimoli cognitivi, più allenamento mentale migliorano i punteggi dei test, quando queste condizioni peggiorano i punteggi calano; questo fenomeno si chiama effetto Flynn, dal nome dello studioso che lo ha documentato, e dimostra una cosa fondamentale: i punteggi dei test del quoziente intellettivo non misurano una capacità fissa e innata, misurano una capacità che cambia con l'ambiente, con l'istruzione, con gli stimoli, con le opportunità.
C'è un altro inganno, forse il più nascosto di tutti; quando questa società parla di intelligenza non sta parlando di tutte le capacità umane, sta parlando di pochissime forme di intelligenza: quella astratta, logica, verbale e matematica, quelle forme di intelligenza che si misurano con i test del quoziente intellettivo, quelle che si premiano a scuola, quelle che servono a concepire idee e a disegnare progetti; ma perché mai dovrebbero essere le uniche intelligenze che contano?
Proviamo ad immaginare un mondo in cui esistono solo persone in grado di ideare e progettare, un mondo in cui esistono solo gli ingegneri, gli architetti, i progettisti, persone brillanti capaci di calcolare la resistenza di una trave, di disegnare la curva di un ponte, di determinare la portata di una diga; mettiamo queste persone su un terreno vuoto con i loro progetti in mano e diciamo loro di costruire; sicuramente i progetti rimarrebbero sulla carta perché un ingegnere può calcolare la portata di un ponte ma non sa posare i mattoni, può disegnare una colonna ma non sa sollevarla usando la gru, può progettare una piramide ma non sa tagliare la pietra, non sa trasportarla, non sa incastrarla al millimetro, non sa scolpire le statue, non sa dipingere le pareti; in tutte le società serve qualcuno che sappia fare, l'intelligenza delle mani, del corpo, della materia, non viene mai chiamata intelligenza, viene chiamata lavoro poco qualificato e viene pagata una miseria invece è una forma di conoscenza che richiede anni di pratica; un muratore che posa i mattoni con precisione millimetrica, un fabbro che forgia il ferro, un contadino che legge il cielo e decide quando seminare, un pescatore che sa dove trovare i pesci anche nei posti dove non è mai andato, un'operaia che cuce un abito senza sbagliare un punto, tutti costoro possiedono un'intelligenza che nessun test del quoziente intellettivo saprebbe misurare e senza queste intelligenze la società non starebbe in piedi.
Anche se un giorno si scoprisse che esistono differenze genetiche medie in una capacità cognitiva non ne seguirebbe che chi ha punteggi più alti meriti più potere, più ricchezza o più diritti; anche volendo ragionare in termini di utilità una società non ha bisogno di una, due o tre capacità, ne ha bisogno di migliaia; ha bisogno di chi progetta e di chi costruisce, di chi cura e di chi insegna, di chi coltiva e di chi ripara; ridurre il valore di una persona a un punteggio significa ignorare tutto ciò che quella persona fa e tutto ciò che la società le deve.
Oltre a quanto ho scritto, i suprematisti intellettuali sostengono che l'intelligenza è la virtù suprema ma l'intelligenza non è l'unica qualità di cui una società ha bisogno; per fare alcuni esempi serve la cooperazione, cioè l’attitudine a lavorare insieme per un obiettivo comune; serve il coraggio, quindi la capacità di affrontare il pericolo e la paura; serve la resilienza, cioè l’abilità di resistere alle avversità, di rialzarsi dopo una caduta; in una società è fondamentale la saggezza, quindi la capacità di distinguere ciò che conta davvero da ciò che è secondario, di capire quando parlare e quando tacere, di riconoscere i propri limiti, di imparare dagli errori; c’è poi il senso di giustizia, cioè l’attitudine a riconoscere l'ingiustizia e sentirsi spinti ad agire contro di essa; in una comunità serve la speranza, quindi la capacità di credere che un mondo migliore sia possibile, anche quando tutto intorno dice il contrario; occorre poi la fantasia, cioè l’abilità di immaginare ciò che non esiste ancora, di proiettarsi in un futuro diverso, di concepire alternative al presente.
Bisogna precisare che i benefici delle ricerche sulla relazione tra intelligenza e DNA, finanziate con le tasse dei cittadini, sono stati quasi nulli per la maggior parte della popolazione mondiale inoltre molti di questi studi sono stati condotti con scopi razzisti e discriminatori; all'inizio del novecento i test del quoziente intellettivo venivano usati per giustificare la sterilizzazione forzata di persone povere o considerate diverse, per decidere quali immigrati far entrare negli Stati Uniti e quali respingere e per separare nelle scuole i bambini considerati normali da quelli considerati anormali.
La gerarchia intellettuale è una forma di autorità che legittima chi comanda in nome di una superiorità naturale; come è accaduto con il razzismo legato al colore della pelle, a causa del condizionamento culturale, questa favola si è ben radicata nei cuori della gente, per questo motivo il capitalista che vuole pagare salari da fame si ritiene veramente una persona speciale, una persona geneticamente superiore e sentendosi superiore, immerso nel suo delirio, si sente autorizzato a schiacciare gli altri; bisogna dire che anche la maggior parte degli operai e delle persone povere crede a questa favola, ritengono che la loro intelligenza sia inferiore a quella dell'ingegnere, del medico o del capitalista; da questo deriva che se sei inferiore vali meno per cui devi accontentarti di meno danaro e meno diritti.
Le persone che stanno in basso nella cosiddetta piramide sociale dovrebbero ridefinire il proprio posto nel mondo, ma attenzione, questo non significa salire un gradino, non significa diventare il nuovo capo, se sali la piramide resta, cambi la faccia ma non la gabbia; secondo me non serve una piramide più gentile, serve un mondo senza cima e senza fondo e per costruirlo è fondamentale iniziare a sciogliere quella storia che ci hanno raccontato talmente tante volte da sembrare vera, ce l'hanno ripetuta a scuola, al lavoro, in televisione, perfino tra le mura di casa; dobbiamo smettere di credere che chi si trova più in alto in quella piramide invisibile valga più di noi, ridefinire il proprio posto nel mondo significa togliere ai potenti il potere di definirlo al posto nostro, significa abbattere l'idea stessa che esista un posto giusto per noi deciso da altri, significa dire: io non sono il mio lavoro, non sono il gradino che mi hanno assegnato; il potere non teme chi vuole salire i gradini della piramide, teme chi si guarda intorno e dice: "Io valgo, anche se loro dicono il contrario.” E qui arriviamo al punto più importante, questa non deve essere una liberazione individuale ma una conquista collettiva; se uno solo esce dalla fila è un ribelle, se mille escono dalla fila è una strada, se sono milioni è un mondo; la piramide ha bisogno del nostro consenso, ha bisogno che noi crediamo di essere inferiori, ha bisogno che ci vergogniamo del gradino che ci hanno assegnato, ha bisogno che puntiamo il dito contro chi sta un gradino più in basso di noi per sentirci un po' più in alto ma quando smettiamo di farlo la piramide inizia a scricchiolare.